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  • Shame – Il desiderio come condanna

    • 21,Lug 2025
    • Posted By : Chris
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    • brutalist
    • cineforum

    Anno: 2011
    Regia: Steve McQueen
    Fotografia: Sean Bobbitt
    Cast: Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale

    Trama

    Quando il piacere diventa necessità, e la necessità distrugge ogni possibilità di intimità.

    Brandon è un uomo di successo nella New York scintillante del presente. Dietro la facciata perfetta, però, si nasconde un’ossessione sessuale compulsiva. Vive in un loop di pornografia, appuntamenti fugaci, masturbazione. Ma non c’è piacere: solo bisogno.

    L’arrivo improvviso della sorella Sissy, instabile ed emotiva, rompe l’equilibrio glaciale della sua routine. Il confronto tra i due apre crepe profonde: emergono traumi, vuoti affettivi, legami mai risolti. Più Brandon cerca di fuggire, più la spirale lo stringe. E nel climax finale, Shame diventa una meditazione sul fallimento emotivo dell’uomo moderno.

    Inizia così un’epopea intima e monumentale che attraversa trent’anni di storia americana, filtrata attraverso lo sguardo di un uomo che tenta di edificare un futuro — letteralmente — sopra le macerie del proprio passato.

    Ogni edificio progettato da László diventa un atto di resistenza, ogni muro un tentativo di contenere il dolore. Ma mentre il suo nome si afferma nel panorama dell’architettura modernista, il prezzo da pagare per l’integrazione, per il successo, per il “sogno americano”, si rivela sempre più alto.

    Nel silenzio geometrico delle sue costruzioni si nascondono traumi, rinunce e un amore che tenta disperatamente di sopravvivere alla Storia.

    Shame

    Regia: una coreografia del vuoto

    Steve McQueen dirige Shame con precisione chirurgica e poetica. La sua regia è fatta di inquadrature lunghe, spesso statiche, che non cercano il giudizio ma l’osservazione. Ogni movimento è calcolato, ogni silenzio è una lama.

    McQueen mette a nudo il protagonista — letteralmente e metaforicamente — senza mai indulgere nel voyeurismo. La città, l’appartamento, gli uffici sono labirinti freddi dove il desiderio è un riflesso, non una scelta. Non c’è redenzione, solo loop. Ed è proprio questa ciclicità ossessiva, incorniciata con impietosa compostezza, a rendere il film così disturbante e autentico.

    Shame – Il desiderio come condanna

    Fotografia: New York come una gabbia di vetro

    Sean Bobbitt trasforma Manhattan in un paesaggio alieno. Niente luci calde, niente romanticismo: solo neon, riflessi metallici, ascensori, grattacieli come gabbie verticali. La fotografia è fredda, elegante, coerente con l’anestesia emotiva del protagonista.

    Le inquadrature spesso lasciano spazio: i soggetti piccoli in spazi grandi. Un modo per raccontare il distacco, la solitudine urbana. Il colore blu domina, trasmettendo un senso di gelo interiore che contamina ogni ambiente. È la New York che si vive dentro, non quella da cartolina.

    Shame – Il desiderio come condanna

    Interpretazione: la sofferenza sotto pelle

    Michael Fassbender offre una delle performance più intense della sua carriera. Il suo Brandon non urla mai, non piange, ma ogni gesto, ogni sguardo, è saturo di dolore represso. Interpreta un uomo consumato da una dipendenza invisibile, che si traveste da controllo ma è puro caos interno.

    Carey Mulligan è l’unico elemento fragile, umano, caldo in questo mondo glaciale. La sua Sissy porta il disordine, ma anche un disperato bisogno d’amore. Il loro rapporto — ambiguo, irrisolto — è il cuore pulsante di Shame.

    Conclusione

    Shame è un film che non offre appigli. Non cerca redenzione né catarsi. È uno specchio che riflette la parte più spogliata dell’essere umano: quella in cui il desiderio non è piacere ma vuoto, ripetizione, vergogna.

    Steve McQueen costruisce un’opera silenziosa e devastante, dove l’estetica è al servizio del trauma e la narrazione si affida al corpo più che alla parola.

    Fassbender non interpreta Brandon: lo subisce, lo incarna, lo consuma.

    Non c’è una morale, ma una domanda sospesa: cosa resta di noi quando anche l’intimità diventa una prigione?

    Shame non si guarda, si attraversa. E una volta usciti, non si è più gli stessi.

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